Benessere donna

La sindrome premestruale

Molte donne riferiscono disturbi nei giorni vicini al ciclo mestruale, ma non per tutte si parla di sindrome premestruale. La sindrome premestruale, infatti, racchiude un insieme di sintomi, di tipo fisico e psicologico, che si manifestano sempre nei giorni che precedono le mestruazioni e si risolvono al loro arrivo. È quindi una sindrome tipica delle donne in età fertile e ne interessa dal 2% al 5%.
Le cause possono essere molteplici: una diminuzione nell’organismo delle sostanze responsabili dello stato di benessere (come la serotonina); un disequilibrio nel rapporto tra estrogeni e progesterone, un’alterazione nel ricambio idrosalino con conseguente calo di alcune sostanze, come il magnesio, che comporta cefalea, crampi e gonfiore. Viene chiamato in causa anche un deficit vitaminico.
I sintomi caratteristici sono:

  • cambiamenti di umore con irritabilità, tendenza alla depressione, aggressività
  • maggior stanchezza
  • crisi di pianto
  • minor capacità di concentrazione
  • cefalea
  • tensione mammaria
  • attacchi di fame (soprattutto rivolta ai dolci)
  • gonfiore (alcune donne registrano anche un aumento di peso in quei giorni)

È importante prestare attenzione all’alimentazione: diminuire l’apporto di sale, l’assunzione di alcol e di caffè e il consumo di dolci; al contrario, è importante un corretto apporto idrico (bere almeno due litri di acqua al giorno).

Possono essere di aiuto gli integratori minerali a base, per esempio, di magnesio e calcio e/o la supplementazione di vitamine (E, B6) e anche l’assunzione di soia: i fitoestrogeni che vi sono contenuti contribuirebbero a riequilibrare il rapporto tra estrogeni e progesterone.

Dismenorrea (dolori mestruali)

Sono molte le donne che soffrono di dismenorrea. A essere particolarmente a rischio sono le ragazze sotto i 20 anni, quelle che hanno avuto il primo ciclo prima degli 11 anni, le donne con mestruazioni abbondanti o che hanno un flusso irregolare, quelle che non hanno mai avuto figli o le cui madri soffrono o hanno sofferto di dismenorrea e le fumatrici.
Generalmente la dismenorrea non è associata a complicazioni a carico dell’apparato riproduttivo, ma se a causarla sono patologie specifiche, la sintomatologia algica può interessare anche la fase pre e post mestruale e compromettere seriamente la qualità della vita, tanto da interferire con il lavoro e con le altre attività quotidiane

Spesso alla base del dolore non c’è una causa specifica. In questo caso si parla di dismenorrea primaria. Nei casi di dismenorrea secondaria, invece, i sintomi sono legati a patologie dell’apparato riproduttivo, come l’endometriosi, l’adenomiosi, fibromi uterini, infezioni o stenosi (restringimenti) della cervice uterina. A scatenare i dolori sono le contrazioni dell’utero promosse dalle prostaglandine, molecole associate all’infiammazione. Secondo molti esperti quando sono intense queste contrazioni restringono i vasi sanguigni che irrorano all’utero, privandolo di ossigeno per un breve periodo.

La dismenorrea è caratterizzata da un dolore di tipo crampiforme e colico che colpisce la parte bassa dell’addome. La sintomatologia dolorosa può estendersi alla parte bassa della schiena e agli arti inferiori e può essere associata a nausea, vomito, vertigini, sudorazione intensa ed episodi diarroici.

Spesso inoltre si ricorre alla supplementazione di magnesio (che riduce gli spasmi muscolari) in fase pre-mestruale.

Amenorrea

Con il termine amenorrea si definisce l’assenza del ciclo mestruale. L’amenorrea viene divisa in:
Amenorrea primaria: se la donna non ha mai avuto il ciclo mestruale, al compimento dei sedici anni.
Amenorrea secondaria: quando il ciclo mestruale, prima presente in modo più o meno regolare, si interrompe.
A essere più a rischio sono le donne che soffrono di disturbi dell’alimentazione, per cui hanno un indice di massa corporea troppo basso o troppo elevato e le atlete sottoposte a rigorosi programmi di allenamento. In questi casi, vi è una assenza di ovulazione, con conseguente impedimento al concepimento. L’amenorrea di lunga data, associata a bassi livelli estrogenici, conduce ad aumento del rischio di osteoporosi.

In alcune circostanze l’amenorrea è una condizione normale nella vita di una donna. Infatti le mestruazioni scompaiono durante la gravidanza, l’allattamento, la menopausa e, in alcuni casi, a causa dell’assunzione di contraccettivi.
In altri casi l’assenza di mestruazioni può essere causata da alcuni farmaci (ad esempio antipsicotici, chemioterapici, antidepressivi o antipertensivi), dallo stress, dal fatto di essere sottopeso, dall’eccessivo esercizio fisico o da squilibri ormonali (sindrome dell’ovaio policistico, iper e ipotiroidismo, tumori benigni dell’ipofisi, menopausa precoce). L’amenorrea può anche essere dovuta alla presenza di aderenze all’interno della cavità uterina (per esempio dopo raschiamenti ripetuti). L’amenorrea primaria è generalmente dovuta ad anomalie congenite dell’apparato riproduttore (utero, ovaie, vagina) o ad alterazioni della mappa cromosomica (come avviene per esempio nella sindrome di Turner).

Spesso l”amenorrea è dovuta a stili di vita poco salutari. È importante quindi avere un rapporto equilibrato con il cibo, che permette di mantenere una massa corporea idonea al corretto funzionamento degli ormoni coinvolti nel ciclo mestruale. Anche la riduzione dello stress e un giusto equilibrio tra impegni lavorativi e momenti di riposo, può aiutare a prevenire i disturbi del ciclo mestruale.

Il trattamento dell’amenorrea dipende ovviamente dalle cause. Nelle pazienti affette da squilibri dell’alimentazione, si agisce prevalentemente sul recupero o perdita del peso corporeo.

Cistite

La cistite è un’infiammazione acuta, subacuta o cronica della vescica in genere associata a un’infezione batterica.
La cistite è generalmente sostenuta da germi che popolano l’ultimo tratto dell’intestino; in molti casi il batterio in questione è l’Escherichia coli. Questi microrganismi possono raggiungere la vescica dall’esterno attraverso l’uretra, dall’interno attraverso la propagazione da organi vicini, o ancora per via ematica. Più raramente può essere sostenuta da infezioni virali o fungine.
Esistono, però anche forme di cistite non associate a un’infezione batterica. È questo il caso della cistite interstiziale, un’infiammazione cronica della vescica dalle cause non ancora chiarite, probabilmente di origine multifattoriale; della cistite scatenata dai farmaci; della cistite associata a trattamenti con radiazioni; della cistite da sostanze chimiche.

I sintomi principali della cistite includono uno stimolo persistente, frequente e urgente a urinare in piccole quantità e una sensazione di bruciore durante la minzione. A questi si possono aggiungere la presenza di sangue nelle urine, dolore o sensazione di pressione nell’area pelvica, urine opache e dall’odore intenso e una leggera febbre.

Il modo migliore per prevenire la cistite è bere molto. Inoltre è consigliabile regolarizzare l’intestino.
Si deve cercare anche di non trattenere l’urina per troppe ore e svuotare bene la vescica più volte al giorno.
La cistite, se scatenata da un’infezione batterica, può essere curata con l’assunzione di antibiotici. Più in generale, il trattamento più adatto dipende dalla causa alla base dell’infiammazione.

L’infezione deve essere diagnosticata con uno specifico esame delle urine ( urinocoltura ) e, dopo aver identificato il batterio patogeno responsabile del disturbo, bisogna assumere un antibiotico con azione specifica sul patogeno identificato. Naturalmente, il tutto va eseguito sotto controllo medico .
Gli obiettivi primari della terapia nutrizionale consistono nel favorire lo svuotamento della vescica , affinché si eviti il ristagno di urine molto concentrate che possono irritare la vescica e per facilitare l’eliminazione dei batteri, nell’ agevolare il regolare transito intestinale , in modo da garantire una buona funzione dell’intestino e ridurre il numero di batteri pericolosi, nel prevenire l’irritazione della vescica e nel ridurre la possibilità che i batteri dannosi (patogeni) aderiscano alla mucosa delle vie urinarie. Pertanto, l’alimentazione dovrà prevedere:

  • una buona idratazione quotidiana ;
  • una riduzione del consumo di zuccheri semplici , di cui si nutrono i germi;
  • una riduzione del consumo di grassi saturi (soprattutto di origine animale), che possono irritare la vescica;
  • un aumento del consumo di fibra (frutta e verdura in particolare), che aiuta a regolarizzare l’intestino;
  • l’utilizzo di metodi di cottura semplici (senza grassi aggiunti) come la cottura a vapore, in microonde, sulla griglia o piastra, in pentola a pressione, etc. anziché che la frittura, la cottura in padella o bolliti di carne;
  • una corretta ripartizione dei pasti giornalieri , evitando cene abbondanti.
  • l’assunzione di integratori alimentari solo se consigliati e prescritti dal proprio medico curante.

Candida

Con il termine infezione da Candida generalmente si intende la candidosi o candidiasi, ovvero l’infezione dovuta alla Candida albicans, fungo presente nelle mucose genitali. La Candida è un abitatore abituale della vagina, ma in alcune circostanze diventa patogena causando irritazione delle mucose.
Si stima che i 2/3 circa delle donne in età fertile abbiano avuto almeno un episodio di candidosi nella vita. La candida albicans si trova anche nel cavo orale, in questo caso può causare un’infezione fastidiosa denominata mughetto.
 
Le infezioni da candida possono colpire sia le donne sia gli uomini.

La candida è un fungo che vive naturalmente in diverse regioni del corpo umano, come la bocca, la pelle e il tratto gastrointestinale, in cui favorisce la digestione e l’assorbimento dei nutrienti dal cibo.

In condizioni fisiologiche è innocuo, ma un’eccessiva proliferazione del fungo può provocare infezioni e diversi disturbi come:

  • Nausea;
  • irregolarità intestinale;
  • stanchezza; affaticamento cronico;
  • infezioni del tratto urinario; 
  • ansia;
  • irritabilità e sbalzi d’umore.


La crescita eccessiva della candida può dipendere da diversi fattori, ma un corretto stile di vita potrebbe aiutare a prevenirla come:
 

  • Ridurre il consumo di cereali raffinati e zuccheri semplici.
  • Eliminare o ridurre drasticamente l’assunzione di alcol.
  • Prendersi cura del microbiota intestinale, consumando una buona quantità di fibre e probiotici.
  • Potenziare il sistema immunitario attraverso una dieta sana e varia.
  • Ridurre lo stress.
Cibi da evitare

  • Alimenti ricchi di zuccheri semplici, come marmellate, bevande zuccherate, succhi di frutta, dolciumi e prodotti confezionati.
  • Zucchero aggiunto e dolcificanti, come miele, agave, sciroppo d’acero e aspartame.
  • Salse e condimenti, come maionese, ketchup, aceto e salsa di soia.
  • Arachidi, anacardi e pistacchi.
  • Salumi.
  • Latte e derivati, ad eccezione di yogurt e kefir.
  • Cereali con glutine.
  • Caffeina e alcol.
  • Additivi come nitrati e solfati.
  •  

Cibi consigliati

  • Verdure non amidacee come asparagi, cavoli, spinaci, zucchine, melanzane, pomodori, sedano e cetrioli.
  • Cereali senza glutine, come riso, grano saraceno, miglio e avena 
  • Proteine di origine biologica, come pollo, tacchino, uova e pesce.
  • Yogurt e kefir senza zuccheri aggiunti.
  • Olio extravergine di oliva, olio di cocco e avocado.
  • Mandorle, semi di lino e di girasole.

Sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico è uno dei più comuni disordini endocrini nelle donne in età riproduttiva. È caratterizzata da disfunzioni ovulatorie, iperandrogenismo e presenza all’ecografia di ovaie con aspetto policistico. Può avere ripercussioni sia sull’aspetto riproduttivo sia su quello metabolico.

Le cause non sono ancora chiare, probabilmente ha un’origine multifattoriale e si ritiene che la suscettibilità individuale sia determinata da multipli fattori di rischio sia genetici che ambientali.
 
Le donne con sindrome dell’ovaio policistico possono presentare irregolarità del ciclo mestruale (intervallo tra una mestruazione e l’altra di più di 35 giorni, meno di 10 cicli mestruali all’anno, con infertilità nel 40% dei casi), segni di iperandrogenismo (elevati livelli di androgeni nel sangue e conseguente crescita eccessiva di peli, acne, alopecia) e segni di insulino-resistenza con conseguente difficoltà a perdere peso.
I sintomi possono comparire subito dopo il menarca (la prima mestruazione) oppure svilupparsi nel corso degli anni.
Il quadro clinico può presentarsi in maniera differente, ma in ogni caso peggiora in presenza di obesità.
La diagnosi di sindrome dell’ovaio policistico viene fatta in presenza di 2 dei 3 seguenti criteri: disfunzioni ovulatorie, iperandrogenismo (sia sulla base dei dati clinici che sulla base dei dati di laboratorio), ovaie policistiche all’ecografia pelvica.
Quanto più è precoce la diagnosi, tanto prima è possibile intervenire per evitare le conseguenze a lungo termine (iperplasia endometriale, tumore dell’endometrio, ipertensione, iperlipidemia, insulino-resistenza, diabete mellito di tipo II, coronaropatia).
 Nelle pazienti obese o sovrappeso è consigliato sempre un calo ponderale con una dieta equilibrata ed un esercizio fisico costante.

I grassi

I grassi vanno aggiunti a ogni pappa, in forma di olio extra vergine d’oliva o di olio di semi di lino (quest’ultimo solo se ha seguito la catena del freddo e in negozio si trova in banco frigo, vedi spiegazioni nella sezione dedicata agli omega-3). Questi oli vanno usati a ogni pasto a rotazione, 1 cucchiaino (5 g) in ogni pasto, fin dal primo mese di divezzamento.

Endometriosi

L’endometriosi è un’anomalia delle cellule endometriali (le cellule normalmente presenti nella cavità uterina) che presenta aspetti ancora misconosciuti, per via della complessità della patologia e delle difficoltà diagnostiche.
È una patologia molto frequente nella popolazione generale e interessa il 10-20% delle donne in età fertile. Colpisce infatti prevalentemente donne tra i 25 e i 35 anni ed è praticamente assente in età pre-puberale e post-menopausale.

Si tratta di un’anomalia che provoca infiammazione cronica a livello pelvico, andando a interessare l’apparato genitale e gli organi circostanti, come l’intestino e la vescica.

La gravità e l’estensione della patologia endometriosica è stata classificata in quattro distinte fasi dall’American Society for Reproductive Medicine (ASRM), l’organizzazione dedicata al progresso della scienza e della pratica della medicina riproduttiva.
La classificazione degli stadi si basa sul livello di estensione della patologia e sulla gravità dei danni, che condiziona le possibilità di trattamento:
Stadio 1 – Endometriosi Minima: l’estensione della patologia è minima e si caratterizza per la presenza di pochi millimetri di tessuto endometriale al di fuori dell’utero, localizzati in posizione superficiale nei tessuti.
Stadio 2 – Endometriosi Lieve: è caratterizzata da un maggior numero di lesioni, che risultano anche più profonde.
Stadio 3 – Endometriosi Moderata: l’estensione è maggiore. Sono presenti cisti ovariche (endometriomi) mono o bilaterali e tessuto aderenziale e/o cicatriziale tra gli organi pelvici.
Stadio 4 – Endometriosi Grave: impianti endometriosici molto profondi e presenza di voluminose cisti su una o entrambe le ovaie. Inoltre esiti cicatriziali e aderenziali importanti.

Studi di popolazione mostrano che il rischio di sviluppo dell’endometriosi aumenta con il consumo di carne rossa e diminuisce con il consumo di frutta e verdura.
Anche la contaminazione chimica dei cibi pare favorire la diffusione di cellule estranee nell’addome, in particolare la contaminazione da policlorobifenili (PCB): essi si legano ai recettori degli estrogeni imitando tali ormoni, e possono influenzare il funzionamento del sistema endocrino e alterare l’equilibrio ormonale. La maggiore via di esposizione per l’essere umano ai PCB è proprio attraverso il consumo di cibi animali, in particolare il pesce, ma anche altri tipi di carne, e i latticini. Questo avviene perché questi composti si concetrano nei tessuti muscolari e adiposi degli animali e nel latte da essi prodotto.

La dieta occidentale, largamento basata su prodotti animali, influenza gli ormoni femminili e come risultato può causare lo sviluppo delle patologie ormono-dipendenti, come quelle all’utero, alle ovaie, alla vagina e alla mammella.
Sostanze chimiche ambientali nocive, mancanza di fibra nella dieta, estrogeni presenti nel latte vaccino, mancanza di fitoestrogeni di origine vegetale, obesità, sono solo alcuni dei modi in cui la dieta influenza negativamente il livelli ormonali.

Il trattamento dietetico dell’endometriosi è basato sul fatto che, a prescindere dalla causa iniziale, è il livello di estrogeni che ne permette il perdurare. Senza la presenza di estrogeni, gli agglomerati di cellule non ricrescono ogni mese, ma spariscono in tempi brevi. Questo significa che un approccio alimentare in grado di ridurre il livello di estrogeni può essere proficuamente usato nel trattamento dell’endometriosi.
Una dieta a basso contenuto di grassi e una perdita di peso migliorano la funzione delle ovaie e le funzionalità riproduttive della donna. In aggiunta al cambio di dieta, le donne che fanno esercizio fisico hanno un rischio molto inferiore di soffrire di endometriosi, probabilmente perché l’esercizio riduce l’attività ormonale e rafforza il sistema immunitario, fattore che potrebbe essere in grado di impedire la crescita del tessuto endometriale che cerca di spingersi al di fuori della cavità uterina.

Menopausa

È un passaggio naturale e obbligato con cui ogni donna nella propria vita si trova a confrontarsi: coincide infatti con la fine del ciclo mestruale e della vita riproduttiva femminile. Si definisce menopausa l’ultima mestruazione della donna. La donna è in menopausa quando è trascorso almeno un anno dall’ultima mestruazione.
Il periodo che precede e segue la menopausa, di durata variabile è caratterizzato da una complessa sintomatologia fisica ed emotiva tra cui le note vampate di calore, ma anche sonno disturbato, irritabilità, tristezza, ansia e viene indicato come “perimenopausa”.
Si definisce invece “climaterio” il periodo di transizione tra la vita riproduttiva e la menopausa.
La menopausa è fisiologica quando avviene tra i 48 e i 52 anni.

Alcune donne entrano in menopausa senza particolari fastidi, quasi senza accorgersi dei mutamenti a cui va incontro il proprio organismo, mentre altre manifestano sintomi che possono anche essere importanti. La fluttuazione (prima) e il calo (poi) dei livelli degli estrogeni, sono infatti responsabili di diverse modificazioni fisiche e psichiche definite, nel complesso, “sintomi della menopausa”.

Oltre alle alterazioni a carico del ciclo mestruale, i primi sintomi correlati all’insorgere della menopausa sono quelli legati alla carenza degli ormoni estrogeni (vampate, sudorazioni improvvise, tachicardia, insonnia, repentini cambiamenti d’umore, ansia, depressione, modificazioni della libido, difficoltà alla concentrazione). Sono sintomi a medio termine la distrofia delle mucose vulvo/vaginali e dell’apparato genito-urinario.
La sintomatologia più tardiva, che insorge generalmente dopo alcuni anni dalla menopausa, comprende l’osteoporosi e l’aumento del rischio cardio vascolare. Vi è inoltre una ridistribuzione del grasso corporeo, con modificazioni dell’aspetto fisico e una tendenza all’aumento ponderale.

Dal momento che molte sono le modificazioni a cui l’organismo femminile va incontro con la menopausa, è bene preparare al meglio mente e corpo. Può essere l’occasione per prendersi più cura di sé stesse, adottando stili di vita più sani. In particolare è importante ridurre l’apporto alimentare e aumentare l’attività fisica. È inoltre assolutamente consigliata la sospensione del fumo, per contrastare l’aumento del rischio cardiovascolare.

Osteoporosi

In tutte le fasi della vita, l’osso va incontro ad un processo fisiologico di rimodellamento nel quale tessuto scheletrico vecchio e danneggiato viene rimosso ad opera degli osteoclasti ed osso nuovo viene riformato ad opera degli osteoblasti.

Con l’avanzare dell’età, l’attività degli osteoclasti tende ad essere maggiore rispetto a quella degli osteoblasti ed infatti l’invecchiamento fisiologico si accompagna ad una certa perdita di massa ossea. L’osteoporosi si sviluppa quando tale perdita diventa eccessiva e patologica a causa di una persistente e dominante attività di riassorbimento osseo rispetto a quella di neoformazione. Quindi l’osteoporosi non è una condizione fisiologica correlata all’invecchiamento ma una malattia.

Vi sono due forme principali di osteoporosi: una “primitiva”, che colpisce le donne in post-menopausa o gli anziani, ed una “secondaria”, che invece può interessare soggetti di qualsiasi età affetti da malattie croniche o in terapia con farmaci che direttamente o indirettamente influenzano negativamente la salute scheletrica.

La diagnosi di osteoporosi si basa in primo luogo sull’esecuzione della densitometria ossea (DEXA o MOC), un esame che permette di calcolare la densità minerale ossea. Le aree generalmente valutate sono la colonna lombare ed il femore prossimale.

Per le donne in post-menopausa altri criteri “maggiori” per l’esecuzione dell’esame MOC-DEXA sono: 1) familiarità per frattura di femore o di vertebra; 2) menopausa < 45 anni; 3) magrezza (BMI ≤ 19 Kg/m2).

Un adeguato introito di alimenti ad alto contenuto di calcio (latte e derivati, noci, nocciole, mandorle) è strategico per favorire il corretto rimodellamento scheletrico e l’acquisizione ed il mantenimento della massa ossea.
Per garantire che il calcio introdotto con gli alimenti venga assorbito è necessario avere normali livelli circolanti di vitamina D. La maggior parte del nostro fabbisogno giornaliero della vitamina D deriva dalla sintesi cutanea di colecalciferolo da parte di un sistema enzimatico regolato dai raggi ultravioletti. Una regolare esposizione al sole, anche di pochi minuti al giorno, è pertanto importante per garantire la sintesi di vitamina D e quindi un assorbimento regolare del calcio. È importante ricordare che con l’invecchiamento, il sistema enzimatico cutaneo è meno funzionante e pertanto si rende necessario l’utilizzo di farmaci contenenti vitamina D, essendo gli alimenti poveri di tale elemento.
L’esercizio fisico è un altro importante tassello nella strategia di prevenzione delle fratture,
Infine, nella prevenzione primaria dell’osteoporosi è importante eliminare quei fattori di rischio che portano ad una perdita progressiva di massa ossea, come l’abuso di alcool ed il fumo di sigarette e di limitare, quando non strettamente necessario, l’utilizzo di farmaci ad effetto osteopenizzante.

GRAVIDANZA

Dieta in gravidanza

In gravidanza è più che mai importante seguire un’alimentazione sana ed equilibrata che permetta al nascituro di crescere e svilupparsi al meglio ma anche alla mamma di evitare un aumento di peso eccessivo.
Le future mamme devono preoccuparsi di garantire a sé stesse e al proprio bambino tutti i nutrienti utili per fare in modo che il piccolo cresca sano e forte e loro si sentano in forma e piene di energia. 
Non esiste una dieta universalmente adatta a tutte le donne in gravidanza dato che ciascuna, anche in base alle proprie analisi del sangue o alla presenza di determinate patologie, ha delle esigenze specifiche.

Innanzitutto bisogna sfatare il mito che in gravidanza bisogna mangiare per due. Questo non è affatto vero dato che, soprattutto nei primi mesi, l’apporto calorico extra necessario è molto ridotto (in tutto il periodo della gravidanza oscilla tra le 200 e le 450 kcal). Importante invece calibrare al meglio tutti i nutrienti utili: carboidrati, proteine, grassi buoni, vitamine, sali minerali e garantirsi il giusto apporto di fibre, fondamentali per evitare il classico problema della stitichezza in gravidanza.
Per quanto riguarda i cereali sarebbe meglio prediligere quelli integrali variando il più possibile. Non sempre frumento dunque ma riso, orzo, farro e pseudo cerali come grano saraceno, grano saraceno, quinoa, amaranto, miglio. Anche le proteine sono importanti e ne andrebbe aumentato un po’ il consumo, sia di origine animale che vegetale.
Fondamentale anche mangiare molta frutta e verdura, per garantirsi maggiore idratazione e un quantitativo di fibre ma anche vitamine e sali minerali in abbondanza.
Per quanto riguarda i sali minerali un attenzione particolare va posta al consumo di alimenti ricchi di ferro e calcio, due sostanze fondamentali per lo sviluppo del neonato. Mentre per le vitamine è bene aumentare il consumo di alimenti ricchi aciido folico (B9) sostanza che aiuta a prevenire gravi malformazioni al feto (è per questo che si consiglia l’assunzione giornaliera sotto forma di integratore di 400 mg di acido folico per tutto il periodo della gravidanza o almeno nei primi mesi).

Una dieta corretta in gravidanza prevede poi l’assunzione di grassi buoni, fondamentale assumere nelle giuste proporzioni Omega 6 e Omega 3. La nostra alimentazione è infatti spesso sbilanciata a favore dei primi, in gravidanza è più che mai importante assumere anche alimenti che contengono Omega 3 (si possono trovare non solo nel pesce ma anche in alimenti di origine vegetale come semi di lino, frutta secca e altro). Consigliato anche il consumo di olio extravergine d’oliva possibilmente di provenienza biologica, ricco di acido oleico utile per la crescita sana e forte del feto.

Esistono cibi che è meglio evitare quando si è in dolce attesa. La lista è più lunga nel caso in cui la futura mamma non abbia contratto in passato la toxoplasmosi, malattia che nei primi mesi di gravidanza può essere pericolosa per il benessere del futuro bambino. Questa si può trasmettere attraverso alimenti di origine animale crudi oppure tramite frutta e verdura non ben lavati. Ecco perché in gravidanza viene spesso consigliato di evitare carne e pesci crudi, uova non cotte bene, prosciutto crudo, salame e altri insaccati.
Da evitare anche il consumo di pesci con ad alto contenuto di mercurio, metallo neurotossico, come ad esempio il tonno sia in scatoletta che fresco e il pesce spada. Meglio evitare anche il salmone d’allevamento.
Sempre per scongiurare il rischio toxoplasmosi ma anche salmonella o listeria, altri batteri potenzialmente pericolosi, si sconsiglia di consumare in gravidanza formaggi a crosta bianca come brie, camembert o taleggio ma anche i cosiddetti formaggi blu come gorgonzola e roquefort, a meno che non siano opportunamente cotti. Sconsigliata anche la fontina e tutti gli altri formaggi non pastorizzati e naturalmente il latte crudo.
er quanto riguarda frutta e verdura, invece, si può mangiare ogni tipologia a patto di lavarla bene utilizzando ad esempio una soluzione di acqua e bicarbonato.

Da evitare del tutto l’alcool che passa interamente nella placenta e arriva dritto al feto con possibili conseguenze per la sua salute.
Evitare tutti i prodotti dolcificati con aspartame, una sostanza associata a possibili danni allo sviluppo cerebrale del nascituro.

Diabete mellito gestazionale

Il diabete mellito gestazionale è il diabete diagnosticato per la prima volta in gravidanza. È una condizione non così infrequente nelle donne gravide, se ne stima la presenza nel 7-8% di tutte le gravidanze.
Si tratta di una condizione che fa considerare la gravidanza “a rischio” per una maggior frequenza di complicanze materno-fetali e richiede pertanto che la donna si attenga scrupolosamente a un dato stile di vita e che sia costantemente sotto controllo medico.
L’insorgenza del diabete mellito gestazionale può essere agevolata da alcuni fattori di rischio come:

  • familiarità per diabete mellito tipo 2
  • età della madre superiore ai 35 anni
  • diabete mellito gestazionale in una gravidanza precedente
  • macrosomia in una gravidanza precedente
  • sovrappeso/obesità prima della gravidanza
  • glicosuria (presenza nelle urine di zuccheri)
  • gruppo etnico di appartenenza
  • sindrome dell’ovaio policistico

In generale il diabete mellito gestazionale non dà particolari sintomi o segni. In alcuni casi si possono presentare:

  • aumento ingiustificato della sete
  • aumento della diuresi
  • perdita di peso nonostante aumento della fame
  • infezioni frequenti (ad esempio cistiti ricorrenti)
  • disturbi alla vista

Una volta iniziata la gravidanza, è impossibile prevenire l’insorgenza del diabete gestazionale.
Per prevenire il diabete gestazionale le donne possono attuare delle modifiche nello stile di vita che vanno attuate prima di rimanere incinte:

  • incrementare l’attività fisica regolare
  • seguire un’alimentazione equilibrata riducendo l’introito di zuccheri semplici (zuccheri e bevande zuccherate) e grassi
  • se la donna si trova in stato di sovrappeso o obesità dovrebbe programmare la gravidanza, ovvero cercare di perdere peso prima di un’eventuale gravidanza

I criteri per la diagnosi si basano sull’esecuzione, in casi selezionati, di una curva da carico a 2 ore con 75 g di glucosio.
L’obiettivo terapeutico è il raggiungimento e il mantenimento di un buon controllo della glicemia nel corso di tutta la gestazione per minimizzare il rischio di complicanze per la madre e per il feto.
Per raggiungere questo obiettivo è importante:

  • seguire una corretta alimentazione
  • fare movimento in maniera responsabile ma costante
  • sottoporsi, se indicata, a terapia insulinica
  • monitorare frequentemente i valori glicemici

Durante la gravidanza si considerano valori ottimali una glicemia <90 mg/dl a digiuno e <120 mg/dl dopo 1 ora dal pasto. Se non sono sufficienti una dieta adeguata e una costante attività fisica si ricorre a terapia insulinica.
Nel 95% dei casi le pazienti guariscono dal diabete gestazionale dopo il parto.
Tuttavia il rischio di una donna che ha avuto il diabete gestazionale di sviluppare il diabete mellito tipo 2 dopo 5-10 anni dal parto è di 7 volte superiore rispetto ad una donna con una gravidanza normoglicemica. È importante quindi che le donne che hanno avuto un diabete gestazionale si sottopongano ad una curva da carico orale con 75 grammi di glucosio anche 6-12 settimane dopo il parto e se i valori di glicemia sono rientrati nella normalità ripeterla ogni 3 anni.